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Lo Show, don’t tell: mostra invece di raccontare
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Non spiegare al lettore la filosofia della strada. Piuttosto fa’ in modo che siano i tuoi personaggi a spiegarla attraverso i loro gesti, le loro azioni, i loro discorsi e così via.

Questo preziosissimo consiglio viene dalla mente di Jack London, noto non solo per Zanna bianca e Martin Eden, ma anche per alcuni bellissimi romanzi distopici, come La peste scarlatta e Il tallone di ferro. Se non siamo ancora abbastanza convinti, possiamo scomodare un altro scrittore niente male, ovvero Stephen King: che dite, gli possiamo accordare una certa fiducia?

King, quando parla del suo personaggio Annie, l’inquietante infermiera di Misery, invece di dirci Annie soffriva di sbalzi d’umore, ci mostra direttamente una donna taciturna, con i capelli unti, e che si strafoga di dolci. Qui il lettore è libero di giungere alle proprie conclusioni: è depressa, è bulimica, soffre del disturbo bipolare. Ma la cosa importante è che il lettore ci sia arrivato da solo, e che non sia stato il narratore a riferire che, insomma…Annie non sta tanto bene.

Quello che ci vogliono dire, perciò, questi due grandi della letteratura è che il lettore non vuole essere imboccato con le informazioni: vuole sì partecipare al gioco letterario, ma un gioco in cui possa partecipare, sentirsi chiamato in causa da chi scrive.

Una scena, un’emozione, o un personaggio mostrato sono estremamente più potenti di una scena o di un personaggio raccontati, perché costruiscono nella mente del lettore un’immagine: e quest’ultima non si crea se commettiamo l’errore di spiegare troppo.

Tutto questo si riassume, per l’appunto, nell’espressione inglese Show, don’t tell, ovvero Mostra, invece di raccontare.

Lo Show, don’t tell tramite descrizione

Vi porto un esempio tratto da Anna di Niccolò Ammaniti, romanzo postapocalittico in cui bambini e ragazzini sono gli unici sopravvissuti di un’epidemia fulminante che colpisce, per l’appunto, solo gli adulti.

Il passo che sto per citare corrisponde al momento in cui Anna torna nella propria casa di famiglia, dove si ricongiunge con il fratellino Astor. La casa appare a dir poco fatiscente, così come tutta l’architettura della città, ormai in completo disfacimento. Ma, invece di dirci che la casa cade a pezzi, Ammaniti ci dice questo:

Il bel salotto con la volta a botte […] era sepolto sotto l’immondizia. Le finestre erano tappate con dei cartoni e nella penombra si scorgevano montagne di bottiglie, barattoli, libri, giocattoli, stampanti, giornali, biciclette, cellulari […]. In cucina la luce filtrava dalle finestre dipingendo strisce luminose su nugoli di mosche che banchettavano tra i resti di scatolette di tonno e di carne. Sulle mattonelle unte del pavimento correvano scarafaggi e formiche.

 

Lo Show, don’t tell tramite dialogo: i personaggi che spiegano il mondo

La descrizione è, in un certo senso, la base, il primo strumento con cui possiamo imparare a usare efficacemente lo Show, don’t tell. Ma descrivere non è l’unico modo per mostrare. Vi ricordate cosa diceva London all’inizio?

Fa’ in modo che siano i tuoi personaggi a spiegarla attraverso i loro gesti, le loro azioni, i loro discorsi.

Ecco, il dialogo è un’altra preziosissima fonte a cui possiamo attingere per il nostro mostrato: anche perché quale miglior strumento delle parole stesse dei nostri personaggi, che vivono personalmente quel mondo narrato?

In questa sede porterò un esempio tratto dal Mondo nuovo di Aldous Huxley, caposaldo della narrativa distopica. A parlare qui è Lenina, protagonista femminile del romanzo:

«Non so per quale ragione, ma non mi sento attratta dalla promiscuità in questi ultimi tempi […]»

Fanny espresse con un cenno la sua compassione e la sua comprensione. «Ma bisogna fare uno sforzo […], bisogna comportarsi bene. Dopo tutto, ognuno appartiene a tutti gli altri».

«Sì, ognuno appartiene a tutti gli altri» ripeté Lenina lentamente.

Da questo breve scambio di battute, non è difficile desumere quanto il mondo risulti capovolto: la moralità coincide non con la fedeltà coniugale ma con la promiscuità sessuale, e chi sente il bisogno di un rapporto più stabile, monogamo, viene etichettato come soggetto problematico. Questo rappresenta la più assoluta normalità per il londinese huxleiano, e questo dialogo, senza dover spiegare nulla, ce ne offre una piena testimonianza.

Quando raccontare e quando mostrare?

Un’importante precisazione: il fatto che il mostrare sia necessario, e funzionale a una buona scrittura, non significa che tutto debba essere mostrato. Lo Show, don’t tell è una tecnica che richiedono perlopiù le scene principali, i momenti cardine o di forte suspence; al contrario, nelle scene secondarie, o meno importanti, ben venga che si sfrutti un po’ di sano racconto: anche perché tali parti raccontate contribuiranno a conferire ancora più enfasi e rilevanza alle parti mostrate.

Lo Show, don’t tell tramite flusso di coscienza: l’interiorità che mostra la società

Un terzo modo con cui possiamo applicare lo Show, don’t tell è quello dei flussi di coscienza: ovvero quando possiamo entrare nella mente e nelle emozioni del personaggio, i cui pensieri e riflessioni ci saranno più che utili per carpire informazioni di lui, sulle sue opinioni, sulla società in cui vive. E tutto questo è ben più efficace dei cosiddetti spiegoni – utili solo a spegnere il fuoco della lettura – come ad esempio: Marco viveva in un mondo terribile, in cui…: per favore, no!

Ci tengo, inoltre, a precisare che lo Show, don’t tell costituisce uno strumento doppiamente prezioso in un genere come quello della distopia, dove è molto importante rendere chiaro il worldbuilding, e dove il lettore avrà bisogno di capire quali sono le regole di quel mondo.

L’esempio che vi porto adesso è tratto da La notte della svastica di Katharine Burdekin, un’ucronia del 1937 in cui si ipotizza la vittoria del Terzo Reich:

Un senso di terrore alla sola vista di quella mandria di donne […] con quelle brutte testoline rasate a zero, e i corpi mollicci e protuberanti in giacca e pantaloni…e poi, aah…le donne incinte, un che di obbrobrioso, e le vecchie ciabatte pelle e ossa, con il collo da galline spelacchiate, e le nauseabonde mocciose, tutte lì a piagnucolare! Vagivano come cagnoline, come gattine, con gridolini striduli e singhiozzi. Non c’era nulla di umano…si capisce che le donne non hanno l’anima e perciò umane non sono.

Insomma, quale sia il trattamento riservato alla donna in questo neo-Reich è piuttosto lampante. Ma pensate se queste considerazioni, invece di essere espresse sotto forma di pensieri del personaggio, fossero state veicolate in questo modo:

 Le donne valevano meno di zero, venivano rasate ed erano considerate meno intelligenti di una gallina.

Tutta un’altra storia, no?

Spero, con questo articolo, di esserti stata utile: tuttavia, se continui a trovarti in difficoltà con la tecnica del mostrato, chiedimi aiuto.

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