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“La stella” di Arthur C. Clarke: un racconto sci-fi di Natale
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Cosa fareste se le vostre certezze di una vita si frantumassero in un secondo? È proprio quello che succede in questo racconto, dove un duro conflitto tra scienza e fede mette alla prova il protagonista di cui vi parlo oggi.

Arthur C. Clarke non ha di certo bisogno di presentazioni: ma il racconto di oggi sì! Ed è un testo che ben si sposa con l’attuale clima natalizio e con l’odore di dolcetti che c’è adesso nell’aria.

Un gesuita tra le stelle: il conflitto tra scienza e fede

La storia si svolge a bordo di un’astronave in viaggio nel cosmo profondo. Il protagonista è un astronauta ma, udite udite, è anche un padre gesuita. Piuttosto bizzarro, no? Se non lo è per voi, quantomeno lo è per gli altri membri dell’equipaggio, che non gliene risparmiano una e non esitano a far notare al collega l’apparente incoerenza della sua scelta di vita.

E qui sgorga immediatamente, come la lava da un vulcano, il cuore pulsante della narrazione: il conflitto tra scienza e fede, che trova una perfetta incarnazione in un uomo che è allo stesso tempo astronomo e sacerdote. Insomma, se la buona letteratura vive di conflitti, qui direi che siamo di fronte a una bella guerra atomica.

Mentre l’equipaggio continua a fare ironia, il protagonista-narratore dichiara di trovarsi a tremila anni luce dal Vaticano. Si tratta di una distanza siderale a dir poco improbabile, cosa che ci porterebbe a catalogare il racconto in una cosiddetta soft science-fiction, una fantascienza che sceglie – consapevolmente – di trascurare l’accuratezza scientifica per concentrarsi maggiormente su aspetti sociologici, psicologici o politici. L’altra faccia di questa medaglia è la hard science-fiction, più rigorosa da questo punto di vista.

La scoperta di una civiltà perduta

Lo scopo della missione – ormai terminata – era di studiare i resti di una supernova, ovvero una stella che è esplosa per poi passare allo stadio di nana bianca. Il protagonista, fin da subito, si mostra palesemente dilaniato da un brutto dilemma: confessa, infatti, di aver avuto delle intuizioni che a tutti gli altri, per il momento, ancora sfuggono.

L’equipaggio, di ritorno dalla traversata interstellare, ha appena individuato uno dei pianeti superstiti dell’esplosione da cui, tuttavia, è evidente che nessuno si sia salvato. Qui hanno anche trovato una cripta piena di sculture, testimonianze scritte e pittografie: ne deducono, perciò, che questo popolo avesse visto arrivare la propria fine, e avesse cercato di mettere in salvo almeno la propria eredità culturale, nella speranza di un futuro ritrovamento.

L’empatia dimostrata dal gesuita nei confronti del popolo estinto mi ha ricordato uno dei capitoli (per me) più belli, nonché uno dei momenti più alti di Cronache marziane di Ray Bradbury, in cui la meraviglia e il rispetto nei confronti di una civiltà passata devono scontrarsi con il pragmatismo di una missione di conquista.

Il crollo delle certezze: quando la luce diventa ombra

Ma ecco che arriva il punto di rottura. La verità è che il protagonista ha compiuto un calcolo matematico di cui non avrebbe mai voluto conoscere la soluzione: la luce dell’esplosione di quella stella è giunta a noi esattamente quando Gesù stava nascendo nella sua capanna.

La stella di Betlemme, quindi, non era altro che una supernova che stava morendo e sterminando un intero popolo.

Le opzioni che restano al sacerdote sono due, e una è più devastante dell’altra:

  • L’universo è completamente indifferente e tutto accade per puro caso, senza morale né scopo divino.

  • Dio esiste, e ha deciso di “celebrare” la nascita di suo figlio mettendo fine a una prosperosa civiltà.

Siamo soli in un’indifferenza cosmica?

Questo racconto è un vero pugno nello stomaco per ogni spavaldo abitante di questa Terra (sì, sei compreso anche tu!): ci ricorda che siamo nient’altro che ospiti e che, se il sole decidesse di andare in pensione, non avremmo più chance di quel popolo estinto. E – cosa ancora più umiliante – l’universo proseguirebbe la sua corsa senza battere ciglio. Insomma, la nostra permanenza sul bel pianeta blu è come uno yogurt Müller: ha una scadenza.

Tuttavia, non tutto è perduto. Hai mai sentito parlare del Voyager Golden Record? Si tratta di un disco dorato inserito nella sonda Voyager, lanciata nel 1977, contenente suoni e immagini della Terra, con lo scopo di segnalare la nostra presenza a un potenziale amico extraterrestre.

Insomma… anche noi abbiamo la nostra cripta di tesori.

Se questa storia ti è piaciuta e vuoi scoprire altri racconti natalizi di sapore sci-fi, ti invito a esplorare  la playlist dedicata sul mio canale YouTube.

A presto!

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