Erano venuti su Marte per cercare qualcosa, per abbandonare qualcosa o per ottenere qualcosa, per scovare qualcosa, per seppellire qualcosa o per dimenticare qualcosa.
Cronache marziane di Ray Bradbury è l’affresco mitico, malinconico e poetico di un’umanità che cerca un riscatto su un nuovo pianeta, trovandoci però solo il riflesso dei propri fantasmi interiori.
Un mosaico di racconti tra mito e fantascienza
Pubblicata nel 1949, quest’opera di Ray Bradbury è una raccolta di racconti in parte autoconclusivi e in parte interconnessi. Questi compongono un mosaico che narra la conquista di Marte dal 2030 al 2057, della quale assistiamo a tre fasi: l’invasione, la colonizzazione e il declino.
Qui Bradbury se ne frega altamente di distanze astronomiche, dati e credibilità scientifica: i razzi delle missioni marziane partono esplodendo nel cielo come modellini giocattolo, e arrivano in quattro e quattr’otto sul pianeta come se fosse un Frecciarossa Roma-Milano. Su Marte troveremo un suolo viola e un’erba rossa. La Terra, a un certo punto, sarà visibile da Marte quasi come se fossimo al cinema, come se la avessimo davanti agli occhi.
E questo è ciò che, secondo l’autore stesso, rende l’opera più longeva: perché la scienza e le macchine a un certo punto si fanno obsolete, per essere sostituite da una scienza più moderna; mentre invece il mito rimane immortale, e anche a distanza di secoli continua a risuonarci e parlare di noi.
La terraformazione e la paura dell’altro
L’opera parte con l’invasione del pianeta rosso, una conquista a dir poco sudata che dovrà passare per numerose spedizioni fallimentari. Quando finalmente si arriva alla fatidica terraformazione del pianeta, Bradbury ci descrive dei razzi che arrivano “come locuste” per forgiare un mondo strambo in una forma più familiare, per randellare a morte ogni elemento alieno.
Hai mai trovato una descrizione più efficace della paura dell’altro? Io, sinceramente, no. Cambiare l’alterità, il diverso, invece che dialogarci, affinché diventi esattamente come noi: questo è ciò che Bradbury ha saputo dire in un modo di cui io non sarei stata capace nemmeno in un’altra vita.
Questo passaggio, inoltre, mi ricorda l’incipit di Fahrenheit 451, del medesimo autore, in cui i libri vengono inceneriti con gli estintori sputafuoco: qui il libro non è il diverso, ma piuttosto il pericoloso, l’elemento scomodo che viene neutralizzato e trasformato in un cucciolotto innocuo che non può più parlare. Anche il processo di colonizzazione di Marte seguirà la stessa linea coatta: le città marziane si chiameranno New Boston, New New York e Roosevelt City, in una celebrazione cieca dell’americanità più pura, noncurante della dignità del luogo.
Marte: solo un luogo per traslocare i propri demoni
L’impressione costante che ho tratto da questa lettura è che l’uomo, ancora una volta, abbia voglia più di imporre che di confrontarsi, che non impari niente dai propri sbagli, e che Marte non diventi altro che l’ennesimo armadio in cui stipare i propri scheletri. Non a caso, mentre si colonizza il pianeta rosso, sulla Terra viene messo attuato l’ennesimo rogo di libri (vi ricorda qualcosa?).
Nel racconto Usher II, un tale Stendhal (e con il suo nome abbiamo detto tutto) si fa costruire una casa che richiama gli echi di Edgar Allan Poe, autore ormai già bannato (e arso) sulla Terra per i suoi contenuti “troppo fantastici”. E se viene censurato sul pianeta madre, perché non dovrebbe esserlo su una succursale?
Stendhal riceve quindi ben presto la visita di un ispettore del “Clima morale”, che esprime senza mezzi termini la necessità di demolire quella casa che fa sognare troppo. Non c’è niente da fare: il pensiero unico viene traslato pari pari su Marte come il copia-incolla di un documento Word. La censura umana arriva persino nello spazio.
Il dialogo con i marziani: tra saggezza e fragilità
A proposito di dialogo e alterità, tuttavia, anche quando i terrestri compiono il grande passo e tentano un approccio con gli autoctoni… beh, finiscono sempre col farci delle discrete figurette.
Nel capitolo Le sfere di fuoco, un prete missionario cerca di indottrinare creature sferiche ed eteree, finendo con lo scoprire che questi marziani vivono già in uno stato di grazia tale da non conoscere il peccato: insomma, non sono degli dèi, ma quasi, ed è piuttosto il prete missionario ad aver bisogno di qualche lezioncina di perfezione.
Dall’altra parte, nel racconto Il marziano, Bradbury ci mostra anche il lato più fragile dell’animo alieno. Qui, una creatura spersa e misteriosa prende le sembianze dei cari defunti per elemosinare affetto e ricevere accoglienza nelle case dei coloni: raccontare oltre non si può, di questo racconto che sfiora la poesia. Non si può che leggerlo e goderne, in tutta la sua bellezza.
La fine di una civiltà: la stagione morta
Si arriva poi alla fase declinante: sulla Terra scoppia una guerra atomica, e quasi tutti i coloni tornano indietro, lasciando il pianeta semi-disabitato. Ma chi resta, ancora una volta, non impara niente dalla propria solitudine, ma, al contrario, si abbarbica con più forza ai propri desideri piccoli, materiali e tragicomici.
Nel racconto Stagione morta, uno degli ultimi coloni sogna di vendere hot-dog nel proprio chioschetto, nonostante i ripetuti avvertimenti di un’imminente catastrofe terrestre. La sera, tuttavia, alzerà gli occhi al cielo, e scorgerà una Terra completamente avvolta dalle fiamme.
È il declino dell’uomo e, unitamente, della sua presunzione. La sua brama di conquista gli si ritorce paradossalmente contro, mettendolo di fronte al vuoto cosmico dei propri demoni.
Io ho amato questo libro, e spero di averti fatto venire la voglia di leggerlo subito.
Buona lettura bradburiana.
Piccola postilla finale:
Con il mio lavoro, non prometto di farti scrivere come Bradbury, ma posso aiutarti a rendere la tua opera più pulita e strutturata. Se hai un manoscritto nel cassetto, non abbandonarlo: dai un’occhiata ai miei servizi editoriali.
