Con o senza la maschera del front man, lo ammettiamo: il fenomeno di Squid Game ci ha stregato tutti. Ma se il tema dei giochi mortali vi ha tenuti incollati al piccolo schermo, sappiate che la letteratura distopica ha esplorato questo inquietante spaccato della natura umana molto prima che la serie coreana diventasse un successo globale.
La distopia, lo sappiamo, è in assoluto la più abile a immaginare il peggiore dei mondi possibili. E quale occasione migliore, per un genere così disfattista, di un futuro in cui la sopravvivenza stessa diventa una forma di intrattenimento per le masse e di controllo per i potenti?
In questo articolo tratterò di quattro opere letterarie che, a modo loro, hanno cavalcato questo tema.
1. Giochi mortali e divario sociale: L’uomo in fuga e Hunger Games
Questi due romanzi affrontano temi profondamente simili, sebbene con tonalità diverse.
L’uomo in fuga di Richard Bachman (pseudonimo di Stephen King) ci catapulta in una società divisa in due: da un lato l’opulenza più sfrenata, dall’altro una povertà estrema. Il protagonista, Ben Richards, è un disoccupato in condizioni disperate, marito di una donna costretta a prostituirsi e padre di una bambina gravemente malata. L’unica forma di riscatto possibile sembra essere quella dell’iscrizione ai Giochi: giochi decisamente poco divertenti, in cui dovrà fuggire senza sosta per un intero mese, con l’obiettivo di non essere acciuffato e portarsi a casa una lauta ricompensa.
Hunger Games di Suzanne Collins, al contrario, rende la partecipazione coatta. Ogni anno, un ragazzo e una ragazza di ogni distretto di Panem sono costretti a partecipare ai Giochi della Fame – nome tanto esplicito quanto terribile – come punizione per una ribellione passata di uno di questi distretti. In tutto ciò, mentre dei ragazzini innocenti si massacrano a vicenda, a Capitol City – capitale della ricchezza più ostentata – le famiglie guardano gli Hunger Games alla tv come se fosse una partita di calcio, con popcorn e patatine.
Entrambi i romanzi mettono in luce un chiaro divario sociale ed economico, dove il potere si serve della miseria dei più per ribadire la propria supremazia, trasformando la morte in uno spettacolo per l’élite e in un’arma di controllo per le masse.
2. La spettacolarizzazione della violenza: Acido solforico
In questo breve e tagliente romanzo della scrittrice belga Amélie Nothomb, l’autrice porta il tema all’estremo. La trama vede un gruppo di persone rastrellate a caso e costrette a partecipare a un reality show chiamato Concentramento, che le trasforma in veri e propri internati di un campo di lavoro. A differenza dei titoli precedenti, l’opera si concentra quasi esclusivamente sull’aspetto mediatico, esplorando le reazioni del pubblico, della stampa e della regia del programma, la cui unica ossessione è massimizzare l’audience, anche a costo di sacrificare vite umane. La crudezza del tema rende questo testo uno spietato monito sulla nostra sete insaziabile di intrattenimento.
3. L’omicidio come catarsi: La settima vittima
In questo celebre racconto di Robert Sheckley, l’autore propone una soluzione radicale alle continue guerre mondiali: la legalizzazione dell’omicidio. Per placare l’innata pulsione umana alla violenza, la società istituisce “La grande caccia”: se il cittadino vi si iscrive, potrà accedere a venti sessioni in cui dovrà o uccidere la Vittima designata, o scappare e sopravvivere al Cacciatore se si partecipa come Vittima a propria volta. Il premio finale per chi ne esce vivo? Entrare nell’ambito Club dei Dieci, una cerchia elitaria che garantisce benefici di natura economica e sociale. A differenza dei romanzi precedenti, qui la violenza è completamente svincolata dalla costrizione di un regime: si tratta di una scelta individuale, un’azione volontaria di catarsi emotiva che, secondo le logiche di questo mondo, dovrebbe garantire la pace: sia chiaro, una pace globale che ha, come prezzo, tanti piccoli massacri personali.
La letteratura distopica ci interroga
Ancora una volta, la letteratura distopica ci costringe a scavarci dentro, sapendo bene che quello che potremmo trovare dentro di noi non è sempre un prato fiorito, privo di crepe e punti oscuri. Fino a dove possiamo spingerci per la nostra sopravvivenza, o per quella di chi ci sta accanto? Ma soprattutto, siamo davvero disposti a rinunciare al nostro presunto “sano” intrattenimento?
Se non sei in grado di dare una risposta esatta a queste domande, è normale: la distopia è tra noi proprio per sollevare tali questioni, e tenerle il più possibile aperte.
Se invece la tua domanda è “Come posso rendere potente il mio romanzo distopico?”, allora la risposta esiste: e la potresti trovare qui, nei miei servizi editoriali.
