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Quando si sente parlare per la prima volta di distopia?
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La parola distopia, ormai, è entrata con prepotenza nel nostro linguaggio quotidiano. La usiamo per descrivere scenari politici agghiaccianti, romanzi di fantascienza o situazioni reali ai limiti dell’assurdo. (Forse troppo: a volte viene pure messa nel mezzo senza troppa cognizione di causa).

Ma qual è la vera origine di questo termine? In questo articolo viaggeremo nel tempo di quasi tre secoli per capire esattamente quando si sente parlare per la prima volta di distopia.

La comparsa nel Settecento

La prima occorrenza della parola si registra nel 1747: si tratta di un poemetto di Henry Lewis Younge intitolato Utopia: or, Apollo’s Golden days.

Qui l’autore utilizza in realtà la variante grafica dustopia, più aderente alla radice greca originale. L’anno successivo, tuttavia, in una seconda edizione dell’opera del 1748, la grafia appare già mutata nella forma moderna dystopia.

In questa revisione viene inserita una nota esplicativa in cui si precisa che la parola deve intendersi nell’accezione letterale di “paese infelice”. Abbiamo già ben chiaro in mente, dunque, che non ci stiamo addentrando in territori particolarmente ameni.

John Stuart Mill e il discorso al Parlamento

Per assistere a una completa affermazione della parola bisognerà, però, attendere più di un secolo. Se cerchiamo il momento in cui si sente parlare per la prima volta di distopia in modo ufficiale, dobbiamo guardare al 12 marzo 1868.

Si tratta della data in cui il filosofo vittoriano John Stuart Mill, celebre per il suo saggio filosofico On liberty, pronuncia un duro e appassionato discorso al Parlamento inglese. Durante questo acceso intervento, Mill critica aspramente il modo in cui la politica britannica gestisce la proprietà terriera in Irlanda. Ecco quali furono le sue parole:

Chiamarli utopisti, forse, sarebbe far loro un complimento, bisognerebbe chiamarli, piuttosto, distopisti, o cacotopisti. Ciò che è comunemente definito utopico è troppo buono per essere realizzato; ma ciò a cui loro sembrano tendere è altrettanto irrealizzabile, perché troppo cattivo.

Va da sé che Mill introduce questo termine come antonimo della parola utopia.

Dall’utopia di Moro al suo rovesciamento

E l’utopia, invece, da dove viene?

Il termine viene coniato da Thomas More nel 1516 per il suo celebre testo omonimo. Questa parola possiede una doppia etimologia: potrebbe infatti derivare dal greco où topos, cioè un “non luogo”, ma anche da eu topos, vale a dire un “bel luogo”.

Thomas More mantiene volutamente l’ambiguità etimologica proprio per attribuire alla parola il doppio significato di luogo felice, ma anche di luogo che non esiste.

Al contrario, la parola “distopia” fa uso del prefisso greco -dus, che indica contrarietà, dubbio o alterazione: non è dunque difficile intuire che Mill utilizzi questa parola neonata per indicare un radicale rovesciamento dell’utopia.

Se siete stati attenti, però, avrete notato che Mill utilizza anche un secondo termine: cacotopia. Questa parola era già stata proposta nel 1818 da un altro filosofo inglese, Jeremy Bentham, e ha un intento simile sul piano del significato.

Tuttavia, il prefisso -kakos è ancora più forte. Se il dus indica semplicemente una negazione di qualcosa, il kakos suggerisce un’idea di vera e propria cattiveria: quindi non siamo solo nell’antitesi dell’utopia, ma in un’utopia distorta, resa brutta e malvagia.

And the winner is… distopia!

Il termine cacotopia verrà poi ripreso nel corso del Novecento anche da Anthony Burgess, autore di Arancia meccanica, per discutere di 1984 di George Orwell, ritenendo che sia più azzeccato, perché suona ben peggio di distopia. Tuttavia, il termine cacotopia ha breve vita: anche perché, diciamocelo, non è che suoni proprio benissimo.

La distopia, invece, designa oggi un genere che si sta facendo più che mai dilagante nella nostra epoca. Non a caso, direi: l’instabilità politica ed economica, così come le preoccupazioni di ordine ambientale, costituiscono dei tristi ma fertili bacini di idee da cui cinema e letteratura traggono le proprie riflessioni. L’attualità ci presenta una miriade di situazioni paradossali su cui autori e registi possono speculare attraverso la creazione di mondi futuri, esasperati e iper-negativizzati.

Vince, dunque, il termine distopia.

E comunque, la peggiore distopia di casa mia rimane l’incresciosa quantità di libri comprati, sempre troppi rispetto allo spazio in libreria. Che ci volete fare?

Se come me ami la letteratura distopica e gli scenari al limite dell’apocalittico, questi temi sono il pane quotidiano del mio canale YouTube Le ancelle sognano pecore rosse?: dagli un’occhiata!

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