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Dieci consigli di scrittura dal Re del brivido Stephen King
on writing

Se stai cercando dei buoni consigli di scrittura direttamente dal Re del brivido Stephen King, la risposta è racchiusa in un straordinario saggio: On writing. In questa celebre autobiografia, l’autore mescola episodi di vita vissuta al racconto di una sorprendente ascesa letteraria. Lo fa in modo schietto e amicale, da persona che ne ha viste davvero di cotte e di crude, mostrandoci come perfino la vita di un Re della letteratura non sia sempre stata rose e fiori.

Nel portare avanti l’opera, King non perde mai il senso dell’umiltà: ci tiene anzi a precisare che il suo intento è quello di non farla tanto lunga, perché il tempo che impieghiamo a parlare di scrittura è tempo che sottraiamo alla scrittura stessa.

Come in ogni autobiografia che si rispetti, King parte dall’infanzia e racconta il momento in cui ha preso per la prima volta una penna in mano. Comincia imitando, e quasi riscrivendo, le storie che lo colpiscono, fino a quando, un giorno, la madre le dice che può anche inventare, scrivere qualcosa di suo. E King, qui, ricorda di aver visto un mare di possibilità aprirsi davanti ai suoi occhi (e chissà se la madre non le avesse fornito questo consiglio…).

Dalla miseria ai capolavori

Nel testo, l’autore ripercorre le iniziali difficoltà economiche di quando era un ventenne già sposato con due bambini: conciliare scrittura e lavori ultra-precari non era affatto facile. Affronta anche, nel modo più sincero possibile, il suo rapporto travagliato con l’alcol e con la droga. Il racconto di questo spaccato mi fa ripensare retrospettivamente a L’uomo in fuga, romanzo in cui un protagonista schiacciato dalla miseria accetta di partecipare a dei giochi mortali per denaro: difficile non vedere in quel personaggio la proiezione di un giovane King che fatica a mandare avanti la baracca insieme alla moglie Tabitha, il grande amore della sua vita. Va detto che in realtà molte altre sue opere parlano sottotraccia di lui: la stessa Annie Wilkes di Misery, che tiene prigioniero il malcapitato scrittore, può essere letta come un’allegoria della dipendenza che lo teneva stretto in una morsa.

In questo articolo, passerò in rassegna dieci consigli di scrittura di Stephen King, tratti direttamente da questa autobiografia, di cui possiamo far tesoro se abbiamo l’aspirazione di firmare un romanzo, o quantomeno di metterci il punto.

I dieci consigli di scrittura di Stephen King

1. La musa ispiratrice non è la santa che credevi

La storia dello scrittore che si sveglia la mattina baciato dalla musa Calliope è una cazzata. La musa ispiratrice c’è, per carità: ma sta sulla poltrona a guardare Netflix, mentre voi sgobbate come matti per trovare sfumature e sinonimi adeguati. Morale della favola: il lavoro di fatica non lo fa nessuno al posto vostro.

2. Non esiste il supermercato delle idee

Se sei a caccia di ispirazione per un nuovo progetto, la verità è che purtroppo non esiste un Conad o un Esselunga in cui poter andare a chiedere Scusi, vorrei un etto di buone idee. Le buone trovate non vanno cercate col lanternino, ma vanno sapute riconoscere quando ci piovono in testa. Seconda morale della favola: quando si tratta di tempeste di idee, mai aprire l’ombrello.

3. Leggere, leggere, leggere

Sembra un’assurdità doverlo ribadire, ma questa è un’attività a cui non ci si può in alcun modo sottrarre.

Bisogna leggere di tutto, libri brutti e libri belli.

I libri brutti vanno letti perché, prima di tutto, insegnano quasi quanto un corso di scrittura. Dopodiché – cosa non da poco – ci permettono di dire: Beh, se ha pubblicato lui, posso farcela anche io…

I secondi, al contrario, possono buttarci un po’ il morale a terra, ma solo in apparenza. I libri belli, oltre a farci assorbire per osmosi una buona scrittura, diventano oltretutto i nostri padri letterari: il nostro stile si plasmerà anche sulla base degli autori che ci hanno formato ed emozionato.

4. Bravi scrittori si nasce o si diventa?

Secondo King, esiste una piramide degli scrittori: piramide che, ovviamente considera l’aspetto della bravura e del talento.

Alla base, si trova il gruppo molto nutrito degli scalzacani (sì, lì chiama proprio così); a seguire, quello sempre numeroso degli autori decenti; poi arriva la cerchia – più ristretta – degli autori davvero bravi; e infine, sulla cima dell’Olimpo, i miracoli che nascono una volta ogni cento anni (come Shakespeare, tanto per dirne uno a caso). La tesi kinghiana è che con gli scalzacani non c’è da farci niente (e questo vuol dire che si rimane schiappe); allo stesso modo, è impossibile raggiungere la vetta dei cosiddetti miracoli divini (quindi sogniamoci di raggiungere Shakespeare). La categoria che può aspirare a un upgrade è quella degli autori decenti che, con tanto duro lavoro, possono aspirare a diventare autori molto bravi. Quindi, il margine di miglioramento è quello che avverrebbe tra il secondo e il terzo gradino.

E lo so: questo non era un consiglio, ma una randellata sugli stinchi. Ma tant’è.

5. Le buone metafore: un amico in mezzo alla folla

Le metafore e le similitudini, se azzeccate, equivalgono a incontrare un vecchio amico in mezzo a una folla di estranei. Se l’effetto non è questo, lasciate perdere.

6. La cassetta degli attrezzi

L’autore dedica una sezione molto lunga a tutti i cosiddetti ferri del mestiere che dovrebbe possedere uno scrittore. La metafora della cassetta degli attrezzi si fonda su un concetto semplice: così come l’operaio si porta dietro la cassetta senza necessariamente dover usare tutti gli attrezzi, allo stesso modo uno scrittore deve possedere questo bagaglio non perché dovrà per forza servirsene ai fini della stesura di un’opera, ma perché è comunque meglio averlo: arriverà per certo il momento in cui la nostra cassettina si rivelerà preziosa, e se non ce l’abbiamo…son dolori.

Nel primo scomparto – il più importante, insomma – King mette il vocabolario e la grammatica. Non è questione di fare la psicopolizia della grammatica, non fraintendiamo: ma è innegabile che la lingua stia allo scrittore come il corpo al ballerino; e se il ballerino mantiene sano il proprio corpo, perché non dovrebbe farlo anche uno scrittore con il proprio strumento, che sono le parole?

7. Dialoghi efficaci e show don’t tell

Scrivere dialoghi efficaci richiede un orecchio naturale: e questa è la cattiva notizia. La buona notizia, tuttavia, è che ci si può lavorare. Una delle tecniche che possiamo mettere in pratica per creare dei buoni dialoghi è quella dello show don’t tell. Cosa significa? Significa che, invece di spiegare in modo didascalico una caratteristica del nostro personaggio, possiamo lasciare che questa emerga direttamente dalle sue battute: espediente che il nostro lettore apprezzerà non poco.

8. Tempistiche di scrittura

La prima stesura di un progetto letterario dovrebbe essere idealmente – e ripeto, idealmente – conclusa nell’arco di tre mesi. Dopodiché, è necessario lasciare la materia a decantare come il Barolo, per poi ripartire con le successive revisioni. La tempistica dei tre mesi ha una ragione semplice: e cioè che più si aspetta e più si perde motivazione; senza contare il fatto che, in qualità di esseri umani che mutano ogni minuto che passa, rischiamo anche di terminare l’ultimo capitolo senza riconoscerci più in quello che avevamo scritto all’inizio.

9. La revisione

La parola d’ordine della revisione è tagliare: sarà molto più probabile che ci sia da accorciare piuttosto che da aggiungere, e la formula tradizionale prevede che la seconda stesura corrisponda, a grandi linee, alla prima meno il 10 percento.

Se, mentre revisionate, vi viene da vomitare per quello che avete scritto, ricordatevi che qualcuno ha progettato il Titanic definendolo inaffondabile.

10. Si può fare di tutto, basta che funzioni

La letteratura non si fonda sul teorema di Pitagora e, al netto di alcune buone regole che possiamo seguire, non esiste una ricetta matematica che ci garantisca una scrittura di qualità o un capolavoro certo. Potete usare flussi di coscienza, onomatopee, narrazioni al presente, punti di vista multipli ed espressioni colloquiali in cinese mandarino: l’importante è che ne esca qualcosa di buono!

Teniamo sempre di conto che dall’altra parte c’è – o ci sarà – qualcuno che ci legge: non chiudiamoci come eremiti in una torre d’avorio, autocompiacendoci delle nostre pagine, ma chiediamoci in ogni momento della nostra stesura se stiamo scrivendo qualcosa che possa incontrare il gusto del lettore.

Questo – ça va sans dire – non significa scrivere secondo le mode, né dedicarsi a un particolare genere solo perché è di tendenza.

E ora veniamo a te…

Siamo arrivati alla fine di questa maratona kinghiana: cosa puoi fare nel concreto, adesso?

Innanzitutto, ti invito a leggere integralmente On writing, perché l’articolo che hai letto non è che un’infima riduzione di questa interessante autobiografia.

In secondo luogo, puoi dare una sbirciatina ai miei servizi editoriali: sono un’editor e coach narrativa specializzata nel genere fantascientifico, e posso aiutarti nello sviluppo del tuo progetto letterario.

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